Welfare o portale Welfare?

100 euro in welfare in busta paga a partire da Giugno 2017: per un milione e 300mila lavoratori del settore metalmeccanico sta arrivando il bonus da spendere in beni e servizi.
I lavoratori le cui aziende hanno attivano convenzioni con i portali dedicati potranno acquistare il cinema per tutta la famiglia, un paio di Nike ultimo modello, una ricarica per il telefonino: ecco esauriti i 100 euro. Un modo per garantire la capacità d’acquisto dei lavoratori e per rilanciare i consumi: 130milioni di euro nel 2017, che diventeranno 195 nel 2018, quando in busta paga l’erogazione in welfare sarà di 150 euro, e 260milioni nel 2018, quando il “bonus” sarà di 200 euro. E dopo i metalmeccanici sarà la volta degli orefici, dei tessili, del settore moda e via via di tutti gli altri.
Sono un’ottantina, ad oggi, i portali che si contendono il mercato: danno la possibilità al lavoratore di scegliere all’interno di un’ampia gamma di beni e servizi. Una vetrina che è una piccola Amazon, dove poter scegliere prodotti e servizi dei più diversi (compresa Amazon, appunto), e consumare così i propri soldi. Difficile dire quanti portali rimarranno in piedi, quanti saranno capaci di un’operazione commerciale che consenta di coprire i costi e dare un ritorno economico.
I numeri indicano una bella spinta, all’inizio, per i consumi interni. Ma è “vero welfare” ? Che rapporto ha questo tipo di elargizione contrattuale con la possibilità di “far stare meglio” i lavoratori in azienda, di incentivare la produttività, di fidelizzare il lavoratore all’azienda ?
Sono questioni che “i portalisti” saltano a piè pari, più interessati a fornire un servizio ( a pagamento, ovvio) che a dare una corretta interpretazione di quello che è il welfare aziendale, delle sue possibilità che vanno ben oltre la semplice elargizione di prodotti di consumo.
Il welfare è nato dall’iniziativa di imprenditori illuminati, quando ancora lo Stato non era in grado di fornire servizi che dessero ai lavoratori un minimo di sicurezza per sè, per le loro famiglie e per il loro futuro. Così sono nate le prime mutue, i villaggi sociali, l’idea della fabbrica che assisteva il lavoratore “dalla culla alla tomba”, in grande anticipo sul welfare state dei paesi del Nord Europa. Poi l’idea si è concretizzata in azioni specifiche: l’asilo in azienda, le polizze assicurative, le spese per l’istruzione dei figli. Talvolta con la partecipazione dei lavoratori al tavolo dove venivano decise le misure di welfare da adottare in azienda.
Misure che venivano scelte non “a pioggia” o per agevolazioni al consumo, ma in base ad indagini miranti ad appurare i bisogni specifici dei lavoratori.
Inutile, o addirittura controproducente, istituire l’asilo aziendale dove l’età media dei lavoratori è vicina alla pensione. Inutile, o controproducente, concedere ai lavoratori beni di cui non sentono il bisogno, che “bruciano” risorse e non fanno crescere il rapporto di fiducia tra dipendente ed azienda.
In alcuni casi i bisogni dei lavoratori possono essere soddisfatti anche senza sostenere costi: il parcheggio garantito all’interno del perimetro aziendale, la consegna della spesa in azienda, il servizio di ritiro e consegna della biancheria da parte della lavanderia. Nessun portale potrà soddisfare richieste come queste. Talvolta i bisogni dei lavoratori rimangono latenti, inespressi, e allora solo un buona opera di ascolto potrà dare risposte soddisfacenti.
Il welfare contrattuale può essere una buona occasione per aprire le aziende al welfare dell’ascolto dei bisogni, a un lavoro di indagine per far emergere gli ambiti sui quali azienda e dipendenti possono confrontarsi, trovare punti in comune, crescere assieme.
Il portale è una semplificazione: arriva per ultimo, a giochi fatti. Senza una buona consulenza il welfare aziendale si riduce ad un click: buono per spendere, insufficiente per migliorare le condizioni di vita e di lavoro all’interno delle aziende.

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